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29.04.2008

Senato, Renato Schifani eletto presidente

431311043.gifL'ex capogruppo dei senatori di Forza Italia prende il posto di Franco Marini. La nomina al primo tentativo

Alla Camera c'è attesa per la designazione di Fini, ma serviranno quattro votazioni

 

Renato Schifani: la sua elezione a presidente del Senato è stata accolta tra gli applausi (Ansa)
ROMA -Renato Schifani è il nuovo presidente del Senato. L'esponente azzurro, che a Palazzo Madama è di casa avendo ricoperato per anni il ruolo di capogruppo di Forza Italia alla Camera Alta, ha raggiunto alla prima votazione i 162 voti necessari per la nomina. Il voto sì è concluso attorno alle 12,30 e già dieci minuti più tardi il presidente di turno dell'assemblea, Giulio Andreotti, procedendo nella lettura delle schede aveva sancito l'avvenuta elezione del senatore siciliano. In queste ore si vota anche per il presidente anche alla Camera, ma la nomina di Gianfranco Fini, probabile successore di Fausto Bertinotti, non potrà avvenire in giornata: essendo previsto per le prime tre votazioni un quorum qualificato di oltre 400 voti che non potrà essere raggiunto, l'elezione avverrà solo al quarto tentativo quando sarà sufficiente una maggioranza semplice. Ma essendo i deputati 630 e avvenendo le operazioni di voto per chiamata individuale, il completamento della procedura richiederà tempi piuttosto lunghi. Come previsto alla prima votazione a Montecitorio si è registrata una «fumata nera». Il quorum necessario dei due terzi dei componenti l'assemblea, infatti, non è stato raggiunto. Gianfranco Fini, candidato di Pdl e Lega, ha avuto 325 voti. Sono state 278, invece, le schede bianche: questa è stata la scelta seguita da Pd, Idv e Udc. Le schede nulle sono state 6. I voti dispersi 12.

«SARO' GARANTE, E' LA MIA MISSIONE» - «Ci aspetta una feconda stagione di riforme condivise. Mi impegno a svolgere il mio ruolo come garante delle regole» ha detto Schifani nel suo primo discorso da presidente. Ha poi parlato della necessità di «preservare il dialogo» tra i Poli, indispensabile per la «riscrittura delle regole» considerata una priorità della nuova legislatura (ma il leader del Pd, Walter Veltroni, ha affermato che per adesso non si è visto nessun tentativo di dialogo da parte del centrodestra). Schifani ha poi insistito sulla «reciproca legittimazione», quella che «permette di operare per il bene più importante: la crescita del nostro Paese e la salvaguardia dei valori costituzionali». Tra gli altri temi affrontati, quelli della lotta «a tutte le mafie» (con anche un applaudito riferimento a Falcone e Borsellino), dell'impegno per la sicurezza e contro la criminalità diffusa, dell'unità nazionale che le istanze regionali contribuiscono a valorizzare, della necessità di dare risposte tanto alla questione meridionale quanto a quella settentrionale. «Dobbiamo difendere senza tentennamenti le radici cristiane della nostra identità - ha commentato in un altro passaggio del suo discorso. Dimenticare le nostre radici significa perdere l'anima».

LE CONVOCAZIONI - Le sedute di insediamento di Camera e Senato erano state convocate quasi in contemporanea: alle 10 si è aperta l'assemblea di Montecitorio; mezz'ora più tardi, alle 10,30, è iniziata quella a Palazzo Madama. In entrambi i casi all'ordine del giorno c'erano le formalità di insediamento (la costituzione dell'ufficio di presidenza e delle giunte incaricate della verifica degli eletti) ma anche, appunto, l'elezione dei nuovi presidenti chiamati a sostituire Bertinotti e Marini.

Renato Schifani e Roberto Formigoni, l'altro esponente del Pdl di cui si era ipotizzata la nomina alla presidenza del Senato, all'esterno di Palazzo Madama (Ansa)
IL GIORNO DI SCHIFANI - Che Schifani diventasse la seconda carica dello Stato era scontato. Così come scontata sarà l'elezione di Fini. Schifani ha ottenuto 178 voti, sui 162 richiesti. La sua elezione è stata salutata da applausi provenienti non solo dalla maggioranza, ma anche da alcuni settori dell'opposizione. Che non ci sarebbero state sorprese era stato in qualche modo lui stesso a farlo capire, in mattinata, conversando alla buvette con i cronisti. Parlando come se fosse già stato nominato presidente, Schifani si era detto «sereno e emozionato» per quella che definitva «una giornata storica, per la mia vita, e, credo, anche per il Paese». Conversando con i cronisti aveva poi detto di volere essere «il garante di tutti».

BONINO AUTOCANDIDATA - La elezione di Schifani non ha avuto contrasti. L'esponente radicale Emma Bonino aveva chiesto di essere a sua volta candidata alla presidenza: una scelta in rottura con il Pd (nelle cui fila è stata eletta) che aveva scelto di votare scheda bianca come segno di protesta per la decisione della magggioranza di eleggere propri esponenti alla guida di entrambe le Camere. «Da tanti anni - ha detto la Bonino intervenendo in Aula - chiediamo che queste candidature vanno parlamentarizzate, non si decidono sui giornali ne nei caminetti». Andreotti - che presiedeva la seduta in quanto senatore anziano, dopo le rinunce di Rita Levi Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro - ha però respinto la proposta di ufficializzazione della disponibilità dell'ex ministro a presiedere l'assemblea, accolta peraltro con commenti di disapprovazione da parte del Pdl, precisando che «non si possono presentare candidature nè si può chiedere la parola per dichiarazioni di voto».

CAMICIE VERDI (E NERE) - Alla Camera invece bisognerà ancora attendere. E' in questo ramo del Parlamento che siedono anche i big dei partiti italiani, a partire da Berlusconi e Veltroni. Un caloroso applauso aveva accolto ad inizio seduta l'ingresso di Gianni Alemanno, a sua volta eletto deputato nelle elezioni del 13-14 aprile (ma a questa carica dovrà rinunciare), fresco di elezione a sindaco di Roma. Nessun applauso dai banchi della Lega, invece, alla lettura del messaggio inviato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E proprio dai leghisti, presenti con un nutrito «pattuglione» di sessanta deputati, è arrivata una nota di colore (nel senso letterale del termine): quasi tutti ostentavano gadget e accessori verdi, dalla cravatta alla pochette nel taschino ai foulard delle signore. Ma c'è anche chi si è presentato con la camicia verde d'ordinanza, come il neo deputato Claudio D'Amico, che alla «divisa» leghista ha abbinato una cravatta gialla. Senza cravatta e in camicia nera è invece Ermete Realacci, uno dei leader del Pd: «Sono tra i pochi che può indossarla senza destare sospetti».

 

 

 


29 aprile 2008

Molières 2008 : le palmarès

Molières : triomphe du Roi Lion et sacre du roi Galabru

1936680764.3.gifArmelle Héliot, aux Folies Bergère (Paris) 29/04/2008 | Mise à jour : 00:16

 Michel Galabru a reçu le Molière du meilleur acteur 2008 pour son rôle dans les «Les Chaussettes - opus 124» .

Michel Galabru a reçu le Molière du meilleur acteur 2008 pour son rôle dans les «Les Chaussettes - opus 124» .

La famille du théâtre était réunie lundi soir pour la 22e nuit des Molières aux Folies Bergère, à Paris. Le spectacle musical le Roi Lion s'est taillé une large part dans le palmarès avec trois récompenses. Le film de la soirée.

La fête avait commencé très fort, avec l'entrée spectaculaire des animaux du Roi Lion dans la salle des Folies Bergère, pleine à craquer du tout Paris du théâtre. Images somptueuses et simples qui donnaient une tonalité heureuse à la soirée. Elle se poursuivrait joliment avec l'entrée en scène des président et présidente, Clovis Cornillac, en lice pour le molière de l'acteur mais qui admit d'emblée que face à Galabru il n'avait aucune chance et Barbara Schulz, ravissante dans sa robe d'inspiration crétoise et qui amusa la salle avec une défense paradoxale du théâtre comme art écologique. «faites un geste pour la planete, allez au théâtre», mot d'ordre repris un peu plus tard, différemment par les lauréats du molière du spectacle jeune public, L'Hiver, 4 chiens mordent mes pieds et mes mains Philippe Dorin et Sylviane Fortuny, disant en substance qu'il ne fallait pas que les enfants soient les parents pauvres du théâtre.

Dans ce lieu reconstruit dans les années 30 pour des spectacles somptueux, mais qui fut ouvert en 1869 sous le nom de «Café des sommiers élastiques», il fallait bien que la soirée soit riche en jolis sauts comme en trous ennuyeux. Le spectacle a plutôt été de bon aloi, même si l'on peut regretter que la meneuse de jeu ne soit pas plus au fait des choses du théâtre et multiplie les erreurs…Aux Césars, les maîtres de cérémonie ont beaucoup d'allant et font le nerf de la soirée. Raphaëline Goupilleau, «révélation» alors qu'elle a 25 ans de carrière a loué ce délicieux lifting, elle serait excellente !

 

Les Molières font une grande place aux morts

Mais des jolis numéros avaient été préparés tout spécialement, comme celui de Sara Giraudeau avec James Thierrée, délicieux moment de grâce et de burlesque qui ne retirerait pas à la fine comédienne une tristesse étrange, une inquiétude. James et Sara allaient remettre le molière de la comédienne dans un second rôle à une Valérie Bonneton épanouie et épatante dans Le Dieu du carnage de Yasmina Reza. Acteur dans un second rôle, Gilles Privat ne put être là mais Clovis Cornillac, son partenaire, en fit l'éloge appuyé et mérité. Il aurait un mot évidemment aussi pour sa mère, Myriam Boyer, sacré comédienne pour Madame Rosa dans La vie devant soi.

Les Molièresfont une grande place aux morts. Grand Corps malade fit une belle apparition avec un poème délicatement rythmé devant les images des visages des disparus. Ces disparus ils étaient les grands triomphateurs car leur écriture a été mise en valeur tout au long de la soirée : Desproges, Poiret et Serrault et que les spectacles récompensés au privé comme au public sont d'écrivains contemporains mais décédés : Emile Ajar/Romain Gary pour La Vie devant soi au Marigny, Jean-Luc Lagarce pour Juste la fin du monde à la Comédie Française.

 

L'Amérique à l'honneur

L'Amérique fut à l'honneur avec trois Molières pour Le Roi Lion, et deux pour Good Canary, dont celui de meilleur metteur en scène à John Malkovich.

Rien pourtant ne pouvait égaler le formidable Michel Galabru recevant le molière du comédien pour Les Chaussettes Opus 124. Il rendit hommage à chacun, se moquant de lui-même et des navets qu'il a parfois dû tourner pour vivre....Silencieux, au contraire, ne laissant sourdre qu'un furtif «merci», cloué sur sa chaise, Roland Dubillard pour Les Diablogues qui ont cinquante ans...Et après ? Après, deux options. On se précipite devant la télé et on regarde Le Gardien avec Robert Hirsch dans le rôle-titre. Ou bien, et c'est la majorité des invités, on monte plus haut dans le 9è arrondissement, rue Ballu, et l'on boit la coupe de l'amitié dans les locaux enchanteurs de la Société des auteurs et compositeurs dramatiques, heureux de constater qu'il ne pleut plus et que l'on peut passer côté jardin…

Les prix du théâtre français ont été remis lundi soir lors d'une cérémonie aux Folies Bergère, à Paris.

Comédien : Michel Galabru dans «Les Chaussettes - opus 124»

Comédienne : Myriam Boyer dans «La Vie devant soi»

Comédien dans un second rôle : Gilles Privat dans «L'Hôtel du libre-échange»

Comédienne second rôle : Valérie Bonneton dans «Le Dieu du carnage»

Auteur : Roland Dubillard, «Les Diablogues»

Spectacle seul(e) en scène: Eric Métayer dans «Un monde fou»

Metteur en scène : John Malkovich pour «Good Canary»

Théâtre public : »Juste la fin du monde» de Jean-Luc Lagarce, metteur enscène : Michel Raskine

Compagnies : «La Petite Catherine de Heilbronn» de Kleist, metteur en scène : André Engel(Compagnie Le vengeur masqué)

Théâtre prive : «La Vie devant soi» de Gary/Ajar, m.e.s. Didier Long

Théâtre musical : »Le Roi lion»

Adaptateur : Xavier Jaillard pour «La Vie devant soi»

Révélation Théâtrale : Raphaëline Goupilleau dans «Une souris verte»

Décorateur/ scénographe : Pierre-Francois Limbosch pour «Good Canary»

Créateur costumes : Julie Taymor pour «Le Roi lion»

Créateur lumieres : Donald Holder pour «Le Roi lion»

Jeune public : «L'hiver 4 chiens mordent mes pieds et mes mains», Philippe Dorin, metteur en scène : Sylviane Fortuny

1936680764.2.giflefigaro.fr (avec AFP) 29/04/2008 | Mise à jour : 00:15

Rome passe à droite

«Cette longue bataille s'est conclue par notre victoire. J'ai la ferme intention d'être le maire de tous les Romains», a notamment déclaré Alemanno.
«Cette longue bataille s'est conclue par notre victoire. J'ai la ferme intention d'être le maire de tous les Romains», a notamment déclaré Alemanno. Crédits photo : AP

Après 15 ans aux mains de la gauche, la mairie de la capitale italienne revient à l'ancien néo-fasciste Gianni Alemanno.

Le candidat de la droite à la mairie de Rome, Gianni Alemanno, a remporté la victoire lundi au terme du second tour de l'élection municipale à Rome. «Cette longue bataille s'est conclue par notre victoire. J'ai la ferme intention d'être le maire de tous les Romains. Je remercie ceux qui ont voté pour moi et aussi ceux qui ont fait un autre choix que je respecte», a déclaré à la presse Gianni Alemanno. Et ce avant même la publication des résultats officiels.

Selon les résultats définitifs publiés lundi soir par le ministère de l'Intérieur, le candidat du Parti du peuple de la Liberté (PDL), ancien néo-fasciste passé au parti conservateur Alliance nationale, a rassemblé 53,6% des voix contre 46,4% à son adversaire de gauche Francesco Rutelli, vice-premier ministre et ministre de la Culture dans le gouvernement sortant de Romano Prodi. Rutelli, 54 ans, a occupé le siège de maire de Rome entre 1993 et 2001. Alemanno, 50 ans, est l'ancien ministre de l'Agriculture de Silvio Berlusconi.

C'est «une victoire historique», s'est félicité le futur chef du gouvernement Silvio Berlusconi, leader du PDL. Ce résultat constitue un grave revers pour la gauche et en particulier pour le Parti démocrate de Walter Veltroni, maire sortant de la capitale italienne, qui a déjà perdu les législatives des 13 et 14 avril face aux conservateurs de Silvio Berlusconi. Le visage défait, Rutelli a reconnu la victoire de son adversaire, précisant qu'il lui avait téléphoné. La gauche dirigeait la mairie de Rome depuis 15 ans. Au premier tour, Rutelli avait remporté 45% des suffrages, contre 40% aux conservateurs.

 

Participation en baisse

Comme le craignaient les états-majors politiques, en particulier la gauche qui en a le plus pâti, la participation s'est inscrite en forte baisse à 63% contre 73,5% au premier tour il y a quinze jours, selon l'agence Ansa. Les Romains ont en effet été nombreux à déserter la capitale (2,7 millions d'habitants) à l'occasion d'un week-end ensoleillé.

Le second tour de l'élection municipale est intervenu au terme d'une campagne centrée sur la réduction du crime dans la capitale italienne et la construction d'infrastructures. Deux viols commis la semaine dernière à Milan et à Rome pour lesquels sont poursuivis un Egyptien et un Roumain ont contribué à durcir la bataille opposant les deux candidats, la droite reprochant à la gauche son laxisme en matière de criminalité et d'immigration.

1936680764.gifJ.B. (lefigaro.fr) Avec AFP et AP

Mai 1968 - Mai 2008 : Quand un absolu chasse l'autre

LE MONDE | 28.04.08 | 13h17  •  Mis à jour le 28.04.08 | 16h21
Le 20 mai 1968, les étudiants en grève se rassemblent dans la cour intérieure de la Sorbonne occupée, devant les affiches de Mao Tse-Toung, Lénine et Karl Marx.
AFP/UPI
Le 20 mai 1968, les étudiants en grève se rassemblent dans la cour intérieure de la Sorbonne occupée, devant les affiches de Mao Tse-Toung, Lénine et Karl Marx.

Le dispositif est familier, et pourtant quelque chose détonne par rapport aux meetings traditionnels. Certes, nous sommes rue des Ecoles, à Paris, en plein Quartier latin. Comme dans toute réunion gauchiste digne de ce nom, la tribune est recouverte d'un tissu rouge et surmontée d'une sono crachotante - que l'exiguïté de la salle rend parfaitement inutile. Toujours selon l'usage, l'orateur se fait attendre. Lorsqu'il paraît enfin, avec ses immenses lunettes, son gilet à rayures et son pantalon de velours, chacun retient son souffle, le regard calé sur ces longues mains juvéniles, qui n'en finissent plus de caresser le texte à proférer.

Jusqu'ici, rien que de très banal, dira-t-on. A ceci près que la scène ne se déroule pas en mai 1968, mais en décembre 2007, et que l'homme du jour s'appelle Jean-Claude Milner, 66 ans, brillant linguiste, auteur d'essais au style implacable et ravageur, dont le dernier en date s'intitule Le Juif de savoir (Grasset, 2006). Il y a quarante ans, ce théoricien glacial intimidait ses camarades de la Gauche prolétarienne (GP), principale organisation maoïste en France dans l'après-68. Désormais, il s'exprime devant les fidèles de l'Institut d'études levinassiennes, créé en 2000 autour de son ami Benny Lévy, ancien chef de la GP. Depuis la mort de celui-ci, à Jérusalem en 2003, Milner a pris la place du maître au sein du petit institut. Ce soir-là, du reste, le silence est impeccable quand, d'une voix souveraine et pincée, le grammairien énonce son sujet : "Sur les ruses de l'universel, études de cas : Mai 68 et le gauchisme."

Une heure durant, Milner cite les bons auteurs (Lévi-Strauss, Foucault, Sartre) pour examiner la "rencontre" entre Mai 68 et le gauchisme français. D'un côté, explique-t-il, Mai 68 pose la question du présent : "Mai 68 dit : la révolution, c'est pas pour les autres, pour plus tard. C'est pour nous, ici, maintenant." D'un autre côté, poursuit-il, le gauchisme redécouvre la question de l'"Histoire absolue", avec un grand "H". A l'intersection des deux, il y a la Gauche prolétarienne, qui tente de conjuguer l'esprit de Mai et la "révolution en soi" en inventant une politique de l'absolu. Or, il n'y a nul hasard, conclut l'orateur, si cette épopée se confond avec les noms de Benny Lévy, de Robert Linhart, auteur d'un livre fameux intitulé L'Etabli (Ed. de Minuit, 1978), ou encore de Pierre Goldman, insoumis et gangster assassiné en 1979 : "Moyennant la Gauche prolétarienne, tranche Milner, le gauchisme français est aussi une histoire juive."

Est-ce une blague ? Dans l'assistance, en tout cas, personne ne rit. Au contraire, Jean-Claude Milner peut contempler la mine exaltée de ses auditeurs, dont certains portent la kippa. Parmi eux, seule une poignée a connu l'époque des manifs et des batailles rangées, avant de vivre les lendemains qui déchantent, les petits matins glauques. Mais tous savent l'essentiel : quand l'espérance radicale s'effondre, seul demeure le désir d'infini ; dès lors que l'histoire manque à ses promesses, l'absolu se cherche un autre nom.

Mai 1968 - mai 2008, de la politique à la spiritualité : dans la grande famille des maoïstes français, ils sont un certain nombre à avoir emprunté ce chemin. Qu'ils soient religieux ou qu'ils continuent de se dire athées, beaucoup sont passés d'une scène marxiste, où le mot qui compte est "révolution", à une scène métaphysique, où l'on ne parle plus que de "conversion". A l'arrivée, c'est le credo monothéiste qui constitue l'horizon vrai de la radicalité : de Mao à saint Paul, pour les philosophes Guy Lardreau, Bernard Sichère ou Alain Badiou ; de Mao à Mahomet, pour leur camarade Christian Jambet, qui a appris le persan afin de se plonger dans l'étude des mouvements extrêmes en islam chiite ; et de Mao à Moïse, donc, pour d'autres.

Ou plutôt "de Moïse à Moïse en passant par Mao", comme le précisait lui-même Benny Lévy, qui aura incarné, mieux que quiconque, ce grand passage d'un absolu à l'autre. "Tôt, je rencontrai le Tout-Puissant. Dans le texte de Lénine, qui fut l'objet de ma première année à l'Ecole normale supérieure : je mettais en fiches les 36 tomes des Œuvres de Moscou", écrivait-il.

Leader charismatique de la Gauche prolétarienne, il devient ensuite le secrétaire personnel de Sartre et se tourne avec lui vers l'étude des textes juifs, au milieu des années 1970, délaissant les 36 tomes de Lénine pour les 20 volumes du Talmud. "Sous les pavés, la plage !","Et si sous les pavés de la politique se cachait la plage de la théologie ?", rectifiait Benny Lévy, en 2002, dans Le Meurtre du Pasteur (Grasset-Verdier). Publié dans la collection "Figures", dirigée par Bernard-Henri Lévy, cet ouvrage était sous-titré "Critique de la vision politique du monde", comme pour entériner le divorce de la politique et de l'absolu : non, tout n'est pas politique ; non, la condition humaine n'est pas un problème dont la politique représenterait la solution. avaient lancé les insurgés en Mai 68.

De cet amer constat, les enfants du maoïsme français ont payé le prix fort. Un quart de siècle avant Le Meurtre du Pasteur, du reste, un autre livre avait déjà dressé l'inventaire : publié dans la même collection, cosigné par deux "ex" de la GP, Guy Lardreau et Christian Jambet, L'AngeL'Ange disait adieu aux années militantes, venant clore pour de bon les années "68" : "Nous avions fait l'épreuve d'une conversion (...). Nous croyions avoir touché le fond : savez-vous ces temps où tout vient à faire défaut, les nuits entières passées à pleurer à petit bruit, à petit flot, sur le passé sans remède (...). Nous nous retirâmes au désert", notaient Lardreau et Jambet dans ce "guide des égarés", où le congé donné à l'engagement politique débouchait sur une autre rébellion, spirituelle celle-là. était paru en 1976, l'année où Mao mourait, au moment où s'affirmait un certain discours antitotalitaire. Et si l'on considère souvent cet essai comme le manifeste des "nouveaux philosophes", c'est que

Tout ça pour ça ? A la place de la révolution culturelle chinoise, le retour à l'ancienne "révolution chrétienne" ? Là où Mao martelait que "l'oeil du paysan voit juste", s'agissait-il simplement d'affirmer, comme le faisaient les deux philosophes dans un pied de nez, que "l'oeil du prêtre voit juste" ? Ce serait trop facile, répond aujourd'hui Guy Lardreau. Au début des années 1970, ce normalien était l'un des chefs de la Gauche prolétarienne, coiffant à la fois le journal de l'organisation, La Cause du peuple (dont Sartre était directeur) et son secteur "cinéma" (où il côtoyait Jean-Luc Godard). A l'issue de son parcours militant, Paris lui étant devenu "intolérable", Lardreau s'est installé à Dijon.

Professeur en classe préparatoire (khâgne), il y habite maintenant un hôtel particulier un brin délabré, réaménagé en cabinet philosophique. Autour de son bureau, les oeuvres complètes de Hegel et de Thomas d'Aquin ; dessus, un vieux coupe-papier, quelques notes griffonnées. Et les Psaumes. Hanté par l'Orient chrétien, Lardreau entretient désormais une relation très forte avec "une certaine forme de rigueur qu'on appelle la théologie". Et avec la prière ? "Je vous répondrai comme Jésus : je ne sais pas ce que c'est que prier. Vous êtes bien suffisant, en disant "prier"...", lâche-t-il dans un douloureux sourire.

Sa mère était institutrice. Son père enseignait les maths au collège. Dans les années 1930, celui-ci avait été royaliste d'Action française. Après la guerre, "sur la base de la Résistance", il avait voté communiste, demeurant à la fois athée et "profondément catholique", précise Guy Lardreau. Lui-même, tout en définissant le christianisme comme "la plus grande révolution dans l'histoire de l'âme", refuse qu'on parle de son itinéraire comme d'un retournement.

"C'est cette idée qui a fait l'abominable succès de L'Ange, dont je me mords encore les doigts, confie-t-il. Le malentendu était complet : on a lu le livre comme une espèce de jérémiade calotine, couvrant d'une dignité spirituelle un pur et simple retour au bercail. Mais pour moi, c'était autre chose : j'avais investi une espérance maximale dans un domaine où elle s'était avérée mal placée. Alors il fallait essayer de comprendre ce que nous avions cherché, à partir du moment où cela ne s'épelait plus avec les mots du discours politique. Ce que nous appelions "l'Ange", c'était une figure telle qu'elle fit dans l'histoire une rupture absolue."

Malgré tout, maintenir l'horizon d'un autre monde possible ; à toute force, perpétuer l'espoir d'un "au-delà" pour notre temps : dans le sillage de Mai 68, chacun à sa manière, nombre d'anciens maoïstes ont tenté de relever ce défi. Aller à leur rencontre, ce n'est pas seulement brosser le portrait d'une génération au miroir de ses illusions passées. C'est aussi reconnaître, à même le présent, une ferveur et une virulence inentamées. Une soif d'absolu, surtout, qui en dit long sur notre époque, alors que la question religieuse y est redevenue centrale : "Quand la politique est à la baisse, la théologie est à la hausse. Quand le profane recule, le sacré prend sa revanche. Quand l'histoire piétine, l'Eternité s'envole", déplorait récemment le philosophe trotskiste Daniel Bensaïd dans un pamphlet intitulé Un nouveau théologien, B.-H. Lévy (Ed. Lignes).

De ce grand mouvement de bascule, les desperados du maoïsme français sont de parfaits témoins. Mieux : ils sont, cette fois encore, à l'avant-garde.

Jean Birnbaum
Article paru dans l'édition du 29.04.08.

28.04.2008

Christine Lagarde entend stimuler la concurrence pour faire baisser les prix

LE MONDE | 28.04.08 | 10h19  •  Mis à jour le 28.04.08 | 12h20
Christine Lagarde doit présenter son projet de loi de modernisation de l'économie (LME), lors d'un conseil des ministres avancé au 28 avril 2008.
AFP/SAUL LOEB
Christine Lagarde doit présenter son projet de loi de modernisation de l'économie (LME), lors d'un conseil des ministres avancé au 28 avril 2008.

C'est dans une conjoncture difficile, marquée par la récession américaine et par de premiers signes tangibles de ralentissement en France, que Christine Lagarde devait présenter son projet de loi de modernisation de l'économie (LME), lors d'un conseil des ministres avancé au lundi 28 avril. Dans le droit fil du rapport Attali, ce texte a pour ambition "de stimuler la croissance et les énergies, en levant les blocages structurels et réglementaires que connaît l'économie de notre pays". Pour ce faire, devait souligner la ministre de l'économie, la France a besoin à la fois de "plus d'entreprises" et de "plus de concurrence".

Le président du groupe de distribution Système U, Serge Papin, a salué, lundi, le projet de loi LME qui permettra, selon lui, de baisser les prix de 3 % à 4 % en moyenne. "Ce qu'attendent aujourd'hui les consommateurs (...) c'est que les prix de tous les jours, les mille produits de tous les jours baissent d'une façon significative (...) et cela va se passer si la loi passe" au Parlement, a-t-il assuré au micro d'Europe 1. "Les marges arrières vont disparaître ou être très nettement diminuées", a-t-il ajouté. – (avec Reuters.)

Sous réserve d'ajustements consécutifs à l'examen du texte en Conseil d'Etat – interrogé à ce sujet, le cabinet de Mme Lagarde s'est refusé, vendredi 25 avril, à tout commentaire –, le projet de loi compte 42 articles regroupés au sein de quatre titres : le développement des PME, la concurrence, l'attractivité de la France, la mobilisation des financements pour la croissance. Le volet sur les PME, que le gouvernement veut aider à grandir, et celui sur la concurrence constituent les morceaux de choix d'un texte touffu. Plusieurs parlementaires de la majorité ont plaidé auprès de l'Elysée et du gouvernement pour en renforcer la cohérence.

Mesures en faveur des PME. Un régime fiscal et social est créé pour les "auto-entrepreneurs" (à la tête de micro-entreprises dont le chiffre d'affaires est inférieur à 76 000 euros dans le commerce et à 27 000 euros dans les services). Ils pourront s'acquitter, sur une base mensuelle ou trimestrielle, d'un prélèvement forfaitaire égal à 13 % de leur chiffre d'affaires pour les activités commerciales et de 23 % pour celles de services. Les obligations administratives liées au démarrage d'activités et à la création d'entreprises sont simplifiées, la protection du patrimoine de l'entrepreneur individuel est élargie à tous les biens fonciers bâtis et non bâtis. Les délais de paiement sont réduits à quarante-cinq jours fin de mois ou soixante jours calendaires (des dérogations étant possibles). Les PME innovantes bénéficieront d'un traitement préférentiel lors de la passation des marchés publics. Des fonds communs de placement à risques contractuels, qui ont vocation à investir dans les sociétés non cotées, sont créés. Pour simplifier le fonctionnement des PME, l'impact financier du franchissement des seuils de dix et vingt salariés est neutralisé. La reprise et la transmission d'entreprises sont favorisées.

Renforcement de la concurrence. Le projet de loi pousse jusqu'à son terme la réforme de la loi Galland pour obtenir des baisses de prix. Il entend "mettre un terme à la fausse coopération commerciale et tourner le dos définitivement au système des marges arrière" qui régissait jusque-là les relations entre les industriels et la grande distribution. Le texte élargit les compétences du Conseil de la concurrence et le transforme en Autorité nationale dotée de pouvoirs étendus et de moyens accrus. Il aménage le régime des soldes en autorisant les commerçants à faire deux semaines complémentaires de soldes à des dates librement choisies, sous réserve d'une déclaration préalable. La législation sur l'équipement commercial (loi Raffarin) est aménagée avec un relèvement de 300 à 1 000 mètres carrés du seuil de déclenchement de la procédure d'autorisation des grandes surfaces.

Attractivité du territoire. Il est prévu de développer l'accès au très haut débit, d'améliorer le régime fiscal des "impatriés" et de créer des fonds de dotation permettant à des organisations à but non lucratif (universités, hôpitaux, musées…) de disposer de moyens budgétaires renforcés. Le projet de loi crée une Haute Autorité de la statistique.

Livret A. Le texte généralise la distribution du Livret A à toutes les banques mais maintient la centralisation des sommes collectées auprès des "fonds d'épargne" gérés par la Caisse des dépôts pour financer le logement social.

Une large concertation a été organisée entre les cabinets de Mme Lagarde et de ses deux secrétaires d'Etat, Luc Chatel (industrie et consommation) et Hervé Novelli (commerce, artisanat et PME), et les députés de la majorité. Le groupe UMP souhaite "enrichir" ou "compléter" le projet LME qui, dans son volet sur la concurrence et sur la révision des lois Royer et Raffarin, promet de susciter de susciter d'âpres débats et de donner lieu à quelques amendements contraires inspirés par le lobby de la grande distribution et par celui des industriels.

Rapporteur du texte, Jean-Paul Charié, député UMP du Loiret, ne fait pas mystère de la volonté de son groupe d'être plus offensif sur le soutien aux secteurs porteurs, d'aller vite dans la réduction des délais de paiement, de créer, en la matière, une amende administrative, mais aussi – vaste programme… – de "remettre de l'éthique dans l'économie de marché".

 

Claire Guélaud

Retraites : le gouvernement veut 41 ans de cotisations

LE MONDE | 28.04.08 | 11h15  •  Mis à jour le 28.04.08 | 11h23
Le ministre du travail, Xavier Bertrand, a reçu successivement responsables syndicaux et patronaux, le 28 avril 2008, pour faire le bilan de la réforme des retraites de 2003.
AFP/PIERRE VERDY
Le ministre du travail, Xavier Bertrand, a reçu successivement responsables syndicaux et patronaux, le 28 avril 2008, pour faire le bilan de la réforme des retraites de 2003.

Le gouvernement est resté inflexible. Avant d'engager la discussion sur le bilan de la réforme des retraites de 2003, il a inscrit d'emblée dans la négociation le passage de la durée de cotisations de 40 ans à 41 ans pour que les salariés puissent bénéficier d'une retraite à taux plein. Mais aux responsables syndicaux et patronaux qui sont reçus successivement, lundi 28 avril, Xavier Bertrand, ministre du travail, a, en contrepartie, proposé une série de dispositions pour favoriser le maintien en activité des seniors, qui reste le principal échec du texte de 2003.

Le cadre a été rappelé par le président de la République, Nicolas Sarkozy, lors de son intervention télévisée du 24 avril. Hostile à une baisse des pensions comme à toute hausse des prélèvements sociaux, le chef de l'Etat n'avait pas laissé d'autre hypothèse que l'augmentation de la durée de cotisation, majorée d'un trimestre d'ici à 2012. Pour autant, le gouvernement ne remet pas en cause certaines dispositions fondamentales du système de retraites par répartition.

L'âge légal de départ reste fixé à partir de 60 ans, même si le seuil maximum des 65 ans comme le cumul de revenus entre un emploi et une retraite devraient être assouplis. Les départs anticipés pour carrières longues en faveur des salariés qui ont commencé à travailler à 14 ans et 16 ans sont préservés. Cette concession majeure pour obtenir la signature de la CFDT en 2003 concerne 100 000 personnes chaque année pour un coût évalué, selon le Conseil d'orientation des retraites (COR), à 2,2 milliards d'euros en 2007.

Avec la génération du "baby-boom", le nombre de retraités est passé de 500 000 par an au début de la décennie à 750 000 en 2007 et 2008.

Lui aussi inscrit dans la loi de 2003, l'objectif d'atteindre un niveau minimum de pensions équivalent à 85% du SMIC net est confirmé. Au passage, le gouvernement reprend quelques-unes des promesses du candidat Sarkozy. L'allocation de soutien aux personnes âgées, l'ex-minimum vieillesse, sera augmentée de 5 % par an pendant cinq ans pour un peu plus de 600 000 personnes. Avec une revalorisation de 1,1 % au 1er janvier, soit à un niveau très inférieur à celui de l'inflation, les pensions devraient être réévaluées en septembre à partir d'un nouveau mécanisme d'indexation. Les pensions de réversion, qui concernent un peu plus de 4 millions de personnes, devraient, elles aussi, bénéficier d'un coup de pouce et passer de 56 % au 1er janvier 2009 à 60 % en 2011.

Selon les évaluations du COR, l'ensemble de ces mesures ne devrait pas mettre en péril le financement d'un système qui reste fragile. Alors que le déficit de la caisse d'assurance-vieillesse a atteint 4,6 milliards d'euros en 2007, le gouvernement écarte toute disposition qui risque d'alourdir les prélèvements sociaux. Il exclut la création de nouvelles taxes, comme l'imposition de la participation ou des stock-options. Toujours en s'inspirant de la réforme de 2003, il compte profiter de "nouvelles marges de manœuvre" provenant du redressement des comptes de l'assurance-chômage et des excédents de l'Unedic (Le Monde du 23 avril). Ce redéploiement pourrait se traduire par une baisse des cotisations du chômage compensée par une augmentation identique en faveur des retraites.

Evitant toute remise en cause fondamentale, cette réforme repose sur un pari ambitieux. Malgré les déclarations d'intention de 2003, le taux d'activité des "seniors" entre 55 ans et 64 ans – un des plus bas d'Europe avec 38,1 % en France contre 43,6 % dans les autres pays – ne s'est guère amélioré. Face à un patronat très réservé si ce n'est réticent, le gouvernement envisage de prendre des mesures incitatives pour les personnes et coercitives pour les entreprises. Le taux de "surcote" des pensions, correspondant à la poursuite d'activité au-delà des 40 puis de 41 ans, pourrait être relevé de 3 % à 5 %. Le seuil d'accès aux dispenses de recherche d'emplois pour les salariés âgés de 57 ans devrait, lui, être relevé.

Dans les entreprises, les conditions de départ seront strictement encadrées. Sous peine de sanctions par une cotisation de retraite additionnelle à partir de 2010, des négociations sur l'emploi des seniors devront être engagées avec des objectifs chiffrés. Les mécanismes de mise à la retraite d'office, de préretraites ou de licenciements négociés seront proscrits. Ces dispositions valent tout autant pour la fonction publique, notamment de l'Etat dont 49% des agents partent avant 60 ans.

Après les discussions avec les responsables sociaux, le gouvernement a prévu de traduire ses intentions dans un ensemble de mesures législatives et réglementaires, sans avoir recours à l'élaboration d'un texte spécifique. Elles devraient s'intégrer dans le projet de réforme du financement de la protection sociale renvoyé à la préparation du budget de 2009.

Michel Delberghe

Bernard Kouchner démarre une tournée délicate en Amérique latine

LEMONDE.FR avec AFP | 28.04.08 | 11h38  •  Mis à jour le 28.04.08 | 11h47

Le ministre des affaires étrangères français, Bernard Kouchner, lors d'une conférence de presse à Bogota (Colombie), le 21 février 2008.
AFP/RODRIGO ARANGUA
Le ministre des affaires étrangères français, Bernard Kouchner, lors d'une conférence de presse à Bogota (Colombie), le 21 février 2008.

Le représentant colombien des Farc, Yvan Marquez, et le président du Venezuela Hugo Chavez lors d'une conférence de presse à Caracas, le 8 novembre 2007.
AFP/JUAN BARRETO
Le représentant colombien des FARC, Yvan Marquez, et le président du Venezuela Hugo Chavez lors d'une conférence de presse à Caracas, le 8 novembre 2007.

C'est dans un climat de discorde régionale que Bernard Kouchner, le chef de la diplomatie française, entame, lundi 28 avril, une visite en Colombie, en Equateur et au Venezuela. L'objectif affiché de sa mission est de relancer le dialogue entre ces trois pays d'Amérique latine, afin d'obtenir la libération par les FARC d'Ingrid Betancourt, retenue en otage depuis 2002.

En préalable à la visite de M. Kouchner, le chef des guérilleros, Ivan Marquez, a affirmé dans une interview au journal argentin Perfil, publiée dimanche, que les possibilités de continuer à libérer des otages étaient "closes". Il a aussi indiqué qu'il n'y avait "aucun contact" avec le gouvernement français, après l'envoi infructueux début avril d'un avion médicalisé et d'émissaires pour secourir Ingrid Betancourt.

"IL FAUT REMETTRE DANS LE JEU HUGO CHAVEZ"

Autre difficulté : le président colombien Alvaro Uribe a annoncé qu'il s'opposerait à toute médiation du président vénézuélien Hugo Chavez. M. Uribe avait mis fin à une mission de son homologue en novembre, l'accusant d'"ingérence" dans les affaires colombiennes. Mais la diplomatie française ne partage pas cet avis : "Il faut remettre dans le jeu Hugo Chavez. Le dossier était bloqué depuis des années. Les seules avancées, c'est à Chavez qu'on les doit. C'est le moment de lui dire à quel point il est nécessaire et on compte sur lui", affirment des sources diplomatiques françaises. [preuves de vie des otages et libérations de six otages]

Cependant, M. Chavez a déclaré, dimanche, que son gouvernement avait "perdu le contact avec les FARC" et que la négociation d'un accord pour un échange de prisonniers "est devenue très complexe". "Nous avions mis au point un système de contacts qui a été pulvérisé", a-t-il indiqué.

Les relations entre Quito et Bogota sont encore plus mauvaises que celles entre la Colombie et le Venezuela. Le 3 mars dernier, l'Equateur a rompu ses relations diplomatiques avec Bogota après une attaque de l'armée colombienne en territoire équatorien au cours de laquelle le numéro deux des FARC, Raul Reyes, a été tué.

27.04.2008

Réforme de la Constitution : la plus grande réforme de la Cinquième République depuis 1958

 
 

2020757363.jpgA la suite de l’examen, par le Conseil d’Etat, du projet de réforme constitutionnelle issu des travaux du comité Balladur, le Conseil des ministres a adopté, le 23 avril 2008, son projet définitif et l’a transmis pour examen au Parlement.

1. Le projet constitue la plus grande réforme de la Cinquième République depuis 1958.

Il reprend la quasi-totalité des propositions du comité Balladur, plus deux propositions ajoutées à la demande expresse du Président de la République : limitation du nombre de mandats présidentiels consécutifs à deux et fixation du nombre maximum de ministres par une loi organique.

N’ont pas été repris :


- la clarification des rôles entre le Président de la République et le Premier ministre, qui posait plus de problèmes qu’elle n’en résolvait, en l’absence de basculement vers un système totalement présidentiel ou totalement parlementaire ; 
- l’interdiction du cumul des mandats, qui relève en tout état de cause de la loi ordinaire ;
- le conseil du pluralisme, dont le contenu était flou. La question du pluralisme sera d’ailleurs traité par le comité Veil ;
- le référendum d’initiative populaire, qui ne constituait pas, comme souvent, un droit réel, mais une simple faculté de saisir le Parlement d’un projet de texte, qui a été jugée inutile.


Par ailleurs, un bon nombre de propositions du rapport Balladur ne figurent pas dans le texte adopté par le Conseil des ministres du 23 avril, parce qu’elles figureront dans des textes de rang inférieur (lois organiques ; lois ordinaires ; règlements des assemblées…).

Au total, ce projet modernise profondément nos institutions, qu’il rééquilibre dans un sens favorable au Parlement. Il s’agit d’un texte ambitieux, conforme aux engagements de la campagne présidentielle d’une République exemplaire et d’une démocratie irréprochable.

2. Le projet encadre et limite les pouvoirs du Président de la République :

- limitation à deux du nombre de mandats présidentiels consécutifs ;
- pouvoir de nomination du Président encadré par l’intervention d’une commission parlementaire chargée de donner un avis. Cette procédure s’appliquera notamment aux membres du Conseil constitutionnel, aux personnalités qualifiées du CSM, au défenseur des droits des citoyens ;
- fixation de la taille maximale du gouvernement par une loi organique ;
- interdiction pour le Président de faire grâce à titre collectif et exercice du droit de grâce individuel après l’avis d’une commission ;
- encadrement de la procédure de l’article 16 (pouvoirs exceptionnels en cas de crise) ;
- fin de la présidence du CSM par le Président de la République.


La possibilité pour le Président de pouvoir s’adresser directement au Parlement revalorise pour sa part le Parlement, car elle l’oblige de fait à venir devant le Parlement en cas de crise ou pour faire le bilan de son action.

Loin d’être une présidentialisation du régime, le projet constitue au contraire une limitation et un encadrement réel de ses prérogatives.

3. Le projet augmente sensiblement les pouvoirs du Parlement, et opère un rééquilibrage net de nos institutions en faveur du Parlement :

- augmentation du nombre de commissions (de six à huit) ;
- discussion en séance publique du texte issu de la commission et non de celui du gouvernement ;
- délai obligatoire d’un mois entre le dépôt d’un texte et son examen ;
- possibilité pour le Parlement de s’opposer à la procédure d’urgence ;
- partage de l’ordre du jour ;
- considérable restriction de la procédure de l’article 49-3 de la Constitution, qui ne sera plus possible que pour les lois de finances, les lois de financement de la sécurité sociale et un texte par session ;
- droit de résolution du Parlement sur tout sujet, y compris de politique européenne et internationale ;
- information immédiate du Parlement sur les opérations militaires extérieures et autorisation de leur prolongation au bout de six mois ;
- questions d’actualité même en session extraordinaire ;
- renforcement du rôle du Parlement en lien avec la Cour des comptes pour contrôler l’action du gouvernement et évaluer les politiques publiques.


4. Le projet crée enfin un certain nombre de droits nouveaux pour les citoyens. Il le traite en majeur politique. Il décloisonne notre vie institutionnelle et politique, la modernise et la dédramatise, jette les bases d’une République exemplaire :

- possibilité pour les citoyens de saisir le Conseil constitutionnel par la voie de l’exception si, dans le cadre d’un litige, il leur est fait application d’une loi qu’ils estiment contraire aux droits et libertés garantis par la Constitution ;
- création d’un défenseur des droits des citoyens doté de pouvoirs importants ;
- CSM ouvert sur la société civile (magistrats non majoritaires) et possibilité pour les justiciables de le saisir pour des motifs disciplinaires (sera prévue dans une loi organique) ;
- extension des pouvoirs du CSM à la nomination des procureurs généraux (avis simple) ;
- revalorisation du conseil économique et social, dont la compétence est élargie aux questions environnementales ;
- réforme du collège électoral sénatorial pour améliorer la représentativité du Sénat ;
- possibilité pour les Français de l’étranger d’avoir des députés pour les représenter ;
- statut de l’opposition ;
- redécoupage électoral soumis à l’avis public d’une commission indépendante.

5. Le projet répond à toutes les critiques formulées contre les institutions depuis des années :

- trop de pouvoir au Président : le projet lui en retire ;
- pas assez de pouvoir au Parlement : le projet lui en donne ;
- pas assez de démocratie dans le pays : le projet la renforce ;
- pas assez d’exemplarité dans la République : le projet la permet.

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Le paludisme tue un enfant toutes les trente secondes en Afrique

LEMONDE.FR | 25.04.08 | 17h44  •  Mis à jour le 26.04.08 | 19h50
Une petite fille d'un an souffrant de paludisme au Liberia en juillet 2003.
AFP/GEORGES GOBET
Une petite fille d'un an souffrant de paludisme au Liberia en juillet 2003.

Les cent quatre-vingt-douze pays membres de l'Organisation mondiale de la santé (OMS) ont choisi en mai 2007 la date du 25 avril 2008 pour célébrer la première journée mondiale de lutte contre le paludisme.

Maladie infectieuse la plus meurtrière après le sida, la malaria – nom anglais du paludisme – est transmise par le sang via une piqûre de moustique. Elle sévit surtout dans les zones tropicales et touche en priorité les femmes enceintes et les enfants. Il existe quatre espèces de parasites provoquant des symptômes variables en durée et intensité. Forte fièvre pouvant s'accompagner de maux de tête, douleurs musculaires, vomissements, diarrhées, toux, le paludisme a pour particularité de fonctionner par cycles typiques de forte fièvre coïncidant avec la multiplication des parasites et l'éclatement des globules rouges, qui conduit à l'anémie.

 

- 500 millions de personnes touchées par an
- 59 % de personnes touchées en Afrique, 38 % en Asie, 3 % en Amérique

- 1 enfant meurt du paludisme toutes les trente secondes en Afrique
- 1,1 million de morts par an
- 1 million de morts des complications
- 60 % des pertes fœtales et 10 % des décès maternels
- 12 milliards de dollars de PIB perdus par an en Afrique sub-saharienne
- 1,3 point de croissance perdu par an dans les pays fortement atteints
- 3,2 milliards de dollars par an seraient nécessaires pour la prévention et les soins

Sources : Banque Mondiale, OMS, RBM

UN FREIN IMPORTANT AU DÉVELOPPEMENT

Il constitue un problème majeur de santé publique dans plus de quatre-vingt-dix pays, où il ralentit la productivité et enferme durablement les communautés dans la pauvreté. La Banque mondiale a estimé que les pertes de PIB imputables à cette maladie en Afrique sub-saharienne s'élèvent à 12 milliards de dollars par an. Soit un manque à gagner quatre fois supérieur à la somme nécessaire pour lutter efficacement contre le fléau à un niveau mondial. Dans la même région, le paludisme est la cause de 60 % de l'absentéisme scolaire.

S'il existe des traitements qui ont fait leurs preuves, ce sont surtout les actions préventives de distribution de moustiquaires traitées aux insecticides et la prise de médicaments antipaludiques en amont qui ont permis de diviser par cent le nombre de cas de paludisme au Vietnam entre 1992 et 2006. Mais dans les régions endémiques d'Afrique sub-saharienne, les parasites les plus dangereux ont développé une résistance à la chloroquine, le traitement le plus généralement utilisé. Et les nouveaux traitements combinés à base d'artémisinine présentent des coûts dix à vingt fois plus élevés. "On a procédé à des distributions systématiques sans en mesurer l'impact et prévenir le développement d'une inévitable résistance", déplore le docteur Pierre Druilhe, directeur de l'unité de parasitologie biomédicale de l'Institut Pasteur de Paris.

LA RECHERCHE D'UN VACCIN, ENTRE PROGRÈS ET FAUSSES PISTES

S'il se réjouit d'un regain de mobilisation autour de la question, le chercheur constate un manque de concertation dans les recherches de vaccin. "Les agences internationales financent des projets de recherche redondants, privilégiant une approche où les molécules sont 'choisies' par le système immunitaire des souris, ce qui est, selon moi, une fausse piste. En ce moment quarante à cinquante essais cliniques sont menés sur des molécules qui ont déjà démontré leur inefficacité", explique-t-il.

L'équipe du docteur Druilhe a choisi d'étudier les mécanismes de défense immunitaire chez les populations exposées au paludisme. Une molécule cible ainsi identifiée a présenté des résultats encourageants à l'issue d'une première phase de tests d'inocuité en 2000. Et une prochaine série d'essais d'efficacité sur des enfants africains indiquera si un vaccin peut être développé d'ici 2012.

Mais, en attendant un éventuel vaccin dont les premiers bénéficiaires seront les voyageurs des pays du Nord, "la population qui intéresse en priorité les laboratoires" selon le docteur Druilhe, le programme mondial de lutte contre le paludisme a besoin de 2 milliards de dollars supplémentaires pour lutter efficacement contre la maladie sur le terrain.
Mélanie Duwat

26.04.2008

Gyanendra, le dernier roi du Népal

De notre correspondante à New Delhi Marie-France Calle 25/04/2008 | Mise à jour : 21:26 |
Le départ du souverain Gyanendra a fait l'objet d'un accord de principe scellé en décembre 2007 entre les sept partis népalais et les ex-rebelles maoïstes.
Le départ du souverain Gyanendra a fait l'objet d'un accord de principe scellé en décembre 2007 entre les sept partis népalais et les ex-rebelles maoïstes. Crédits photo : ASSOCIATED PRESS

La victoire des maoïstes aux élections du 10 avril dernier laisse peu de doute sur la fin de la monarchie au Népal. Le roi Gyanendra devrait être, comme l'avaient prédit les astres, le dernier de la dynastie des Shah, vieille de 239 ans.

La rumeur. C'est ainsi que tout a commencé pour Gyanendra Bir Bikram Shah Dev, il y a sept ans, et c'est ainsi que tout est en train de s'achever. Le 4 juin 2001, après l'ahurissant massacre de son frère, le roi Birendra, et d'une bonne partie de la famille royale, celui qui n'avait jamais été le successeur en titre accède au trône, devenant le treizième souverain de la dynastie des Shah, qui règne sur le Népal depuis 1768. Il en rêvait depuis si longtemps ! Est-ce la raison pour laquelle la plupart des Népalais le soupçonnent, aujourd'hui encore, d'avoir commandité le crime ?

Gyanendra ne se trouvait pourtant pas à Katmandou en cette soirée fatale qui a vu disparaître en un quart d'heure tous les héritiers potentiels du trône. À part lui, donc, et son fils Paras. Au contraire de son père, ce dernier a été témoin de la tuerie. Mais, fait troublant, il en est sorti miraculeusement indemne. Ce qui n'a pas manqué de renforcer les soupçons pesant sur le nouveau monarque, dont tout le monde savait qu'il militait pour un retour à la monarchie absolue. Gyanendra ne se privait pas de reprocher à son frère d'avoir cédé aux pressions de la rue, en 1990, et instauré une monarchie constitutionnelle. Aussi, lorsqu'ils sont descendus de nouveau dans la rue, il y a deux ans, pour réclamer la République cette fois, les manifestants n'ont pas hésité à hurler : «Gyanendra, assassin de ton frère !» Ils n'étaient pas tous maoïstes. Mais tous en avaient assez de leur souverain et de son arrogance. Autant ils avaient aimé Birendra, autant ils détestaient Gyanendra et Paras.

Retour sur un drame à la Shakespeare, tel qu'il se déroula le 1er juin 2001, au petit royaume hindou du Népal. Comme tous les vendredis, une vingtaine de personnes s'étaient réunies pour le traditionnel dîner familial, dans l'enceinte du palais royal de Narayanhiti, au cœur de Katmandou. Seule dérogation à la règle, la table avait été dressée dans les appartements du prince héritier Dipendra et non pas dans ceux de la reine mère, qui était souffrante. Arrivé très en retard, le prince héritier «totalement ivre ou drogué», selon des témoins, entame une dispute. Renvoyé dans sa chambre, il revient dix minutes plus tard vêtu d'un treillis et armé d'un fusil d'assaut. Il tire d'abord sur son père, puis il abat tour à tour ses sœurs et une de ses tantes. Il sort de la pièce, rencontre sa mère, la reine Aishwarya, accompagnée de son jeune fils, le prince Nirajan. Il les tue avant de se tirer une balle dans la tête. Grièvement blessé, Dipendra est transporté à l'hôpital. Il y passe trois jours dans le coma, au cours desquels il est couronné roi, comme le veut la Constitution, avant de succomber à son tour. «Personne n'a jamais cru à la culpabilité de Dipendra», raconte Manjushree Thapa, auteur de Forget Kathmandu (*). Mais personne n'a jamais su non plus ce qui s'est réellement passé. Alors, la rumeur s'est transformée en vérité : le coupable, c'est Gyanendra. N'est-ce pas à lui qu'a profité le crime ? Réalisant un vieux rêve d'enfant, celui de régner à nouveau. Car il avait été déjà roi… pendant deux mois. C'était en 1950 et il n'avait que 3 ans.

Son grand-père, quasiment dépossédé de ses pouvoirs par les Ranas, d'influents aristocrates, était allé chercher en Inde l'aide de Delhi pour rentrer dans ses droits, laissant au petit garçon la garde du trône. Manjushree Thapa raconte aussi qu'elle a vite compris que l'assassinat du roi Birendra sonnerait le glas de la démocratie au Népal. «Même lorsqu'il n'était que prince, Gyanendra Bir Bikram Shah n'a jamais été populaire. Mais il est devenu encore plus impopulaire depuis, ne serait-ce que parce qu'en dissolvant le Parlement, en octobre 2002, il a réimposé la monarchie absolue au pays», écrit-elle. Il fera pire encore trois ans plus tard, en s'arrogeant les pleins pouvoirs, le 2 février 2005.

«Les Népalais ne veulent plus du roi parce que celui-ci est particulièrement odieux. Mais si, il y a deux ans, ils ont été prêts à mourir pour se débarrasser du régime, c'est aussi parce qu'ils ne croient plus depuis longtemps au pouvoir de droit divin du monarque», confiait récemment Chandra Bandhari, un jeune politicien proche du parti du Congrès. Il ajoutait : «Quant à cette histoire que le monarque est l'incarnation de Vishnou (dieu hindou, porteur de paix), elle a fait long feu. Seule la presse internationale continue d'en faire ses choux gras.» Maintenant que voici Gyanendra Bir Bikram Shah Dev à coup sûr arrivé au terme de son parcours royal, les bruits les plus contradictoires courent à nouveau dans la vallée de Katmandou. Certains affirment qu'il tentera de s'accrocher au pouvoir, qu'il refusera de quitter le palais ; d'autres le disent prêt à partir en exil en Inde. Il est à parier qu'en homme d'affaires avisé, il continuera tout bonnement de s'occuper de son florissant business : hôtels, plantations de thé, etc. Et de s'adonner à ses passions favorites : la poésie, la musique, les chevaux. Et, par-dessus tout, l'astrologie ! Une seule chose est sûre. Le mot FIN, le treizième descendant de la dynastie des Shah l'aura écrit lui-même au bas du parchemin de la monarchie népalaise. A-t-il réalisé que sa soif d'absolutisme, son mépris des partis, qu'il a balayés d'un revers de la main lors de son coup d'État du 2 février 2005, ont fini par le laisser en tête-à-tête avec les maoïstes, et que cela lui a été fatal ?

(*) Manjushree Thapa «Forget Kathmandu», 2005 Penguin India

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