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02.03.2008

L’indipendenza che divide il mondo

Kosovo
Miodrag Lekic
22/02/2008

Con l’autoproclamazione dell’indipendenza del Kosovo, il 17 febbraio scorso, si è aperta una complessa fase nei rapporti internazionali. Molti degli elementi di questo intricato scenario sono ancora in movimento e le conseguenze imprevedibili. Si moltiplicano le iniziative diplomatiche, caratterizzate dalla classica ambiguità. Oltre alle dinamiche interne in Serbia e in Kosovo, è opportuno analizzare il coinvolgimento internazionale che si muove su diversi piani: Onu, Ue, Usa, Russia e Cina, senza dimenticare l’apertura di una complicata partita su scala regionale.

La questione dei requisiti
Se la nostra analisi prende le mosse dal problema della legalità internazionale, dobbiamo ricordare che, secondo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244(10 giugno 1999), con cui si concluse la campagna aerea della Nato contro la Jugoslavia (Serbia e Montenegro) della primavera di quell’anno, e in base alla Costituzione serba, il Kosovo è parte integrante dello Stato serbo, in quanto erede internazionalmente riconosciuto della Federazione jugoslava. La stessa risoluzione prevedeva che lo status finale della provincia, temporaneamente affidato ad un protettorato internazionale, sarebbe stato deciso da un’ulteriore risoluzione dello stesso Consiglio di Sicurezza.

Secondo una consolidata prassi politica nelle operazioni di state building, per arrivare alla definizione dello status definitivo è necessario raggiungere determinati standard: rientro dei profughi (200.000 serbi, rom e montenegrini sono stati espulsi dalla provincia nel giugno 1999), tutela e garanzia per le minoranze rimaste, rispetto dello stato di diritto, creazione di istituzioni politiche e amministrative interetniche. Secondo molte valutazioni internazionali, un ulteriore problema del Kosovo in questi anni è stato costituito dalla presenza di una fortissima criminalità organizzata, impegnata nel commercio delle droghe e nella tratta degli esseri umani.

In questi anni si sono svolti, come previsto, i negoziati tra serbi e albanesi del Kosovo, condotti in una prima fase dal finlandese Ahtisaari e successivamente dalla trojka (Usa, Ue e Russia). Durante i negoziati, mentre la Serbia si è più volte dichiarata disponibile alla ricerca di un compromesso (presentando diversi “modelli” di accordo), gli albanesi hanno sin dall’inizio posto l’indipendenza come conditio sine qua non per la ricerca di un accordo.

L’autoproclamazione di indipendenza e il rapido riconoscimento da parte di alcuni Stati (Afghanistan, Usa, Francia, Gran Bretagna e, il 21 febbraio, l’Italia) si pongono fuori dal quadro delineato dall’Onu nel 1999. Questi primi atti hanno creato forti tensioni sul piano internazionale e non configurano per il momento l’ingresso formale del Kosovo nella Comunità internazionale (Nazioni Unite). Si può parlare persino di una “balcanizzazione” (la divisione come destino) dell’intera comunità internazionale.

La posizione delle Nazioni Unite
Il Consiglio di Sicurezza si è diviso sulla richiesta urgente da parte della Russia di annullare l’autoproclamazione di indipendenza. Mentre Usa, Gran Bretagna e Francia hanno riconosciuto il Kosovo indipendente, Russia e Cina considerano la proclamazione illegale, chiedendo che si continui a procedere in base a quanto previsto dalla risoluzione 1244. Una volta di più una vicenda balcanica indebolisce gravemente le Nazioni Unite, del resto in crisi da parecchi anni. Da parte sua, il Segretario generale, rifiutandosi di entrare nel merito sulla legalità o meno della secessione unilaterale, ha dichiarato che per l’Onu l’unico documento valido continua ad essere la risoluzione del 1999, e che le Nazioni Unite continueranno a mantenere la loro presenza, civile in Kosovo (Unmik). La Kfor, le truppe che, a comando Nato, garantiscono attualmente l’ordine nella provincia agiscono almeno formalmente su mandato delle Nazioni Unite.

Unione Europea divisa
Per l’ennesima volta la Ue si divide quando si tratta di assumere una comune posizione in politica estera. La celebre battuta di Kissinger sull’impossibilità di trovare il “numero di telefono” dell’Europa resta drammaticamente attuale. L’unica cosa su cui i 27 paesi hanno concordato è sull’impossibilità di assumere una posizione concorde; i singoli Stati sono stati lasciati liberi di procedere o meno al riconoscimento del Kosovo “sulla base delle leggi interne e del diritto internazionale”. L’Ue sembra aver abbandonato quello che è stato il suo punto di riferimento giuridico durante la lacerante crisi jugoslava degli anni Novanta, e cioè le conclusioni della Commissione Badinter, secondo cui andava riconosciuta l’indipendenza delle 6 Repubbliche che formavano la Jugoslavia post-bellica nelle loro frontiere, rifacendosi a quanto stabilito dalla Costituzione del paese.

Anche la decisione dell’Unione di inviare una missione civile, Eulex, di 2000 uomini (poliziotti e magistrati in larga misura), i cui primi contingenti sono arrivati in Kosovo il giorno prima della proclamazione d’indipendenza, ha suscitato forti polemiche, innanzitutto sul piano della legalità internazionale. La missione non opera infatti sotto mandato del Consiglio di Sicurezza, né per invito delle autorità serbe che la considerano persino “forza di occupazione”. Da un punto di vista puramente giuridico, questa è la prima volta che la Ue - in questo caso unanime - opera al di fuori del quadro di legalità rappresentato dalle Nazioni Unite. Per una delle non rare ironie della storia, quest’ultimo capitolo della disgregazione jugoslava avviene quando la Presidenza Ue è detenuta dalla Slovenia, prima Repubblica a proclamare, nel 1991, la secessione unilaterale.

Russia e Stati Uniti
La Russia, che ha investito poco nella attuale crisi balcanica, sta invece rafforzando la sua immagine di custode della legalità internazionale. Più volte Putin, nelle sue ultime dichiarazioni in veste di Presidente russo, ha rimproverato l’Unione di condurre una politica ambigua, applicando standard ogni volta diversi e creando precedenti di lesione del diritto internazionale, che non potranno restare senza conseguenze nei rapporti tra Russia e Ue. In ogni caso Mosca si schiera decisamente a fianco della Serbia, tentando di rafforzarne la posizione di fronte alla Comunità internazionale.

Gli Usa, che avevano già “ufficiosamente” promesso l’indipendenza agli albanesi del Kosovo nel febbraio-marzo 1999 e “ufficialmente” con il discorso di George Bush di alcuni mesi or sono a Tirana, hanno svolto, almeno apparentemente, un ruolo defilato nelle ultime settimane, lasciando l’iniziativa (e i costi) alla Ue. In ogni caso, anche grazie alla presenza di una grandiosa base militare in Kosovo (Campo Bondsteel, costruita immediatamente dopo la guerra del 1999), gli Stati Uniti resteranno un fattore essenziale nell’evolversi della situazione.

Il contesto balcanico
Le conseguenze più potenzialmente pericolose dell’indipendenza del Kosovo si potranno registrare su scala regionale. Da una parte vi è un possibile effetto domino; sulla base dell’autodeterminazione “etnica”, i serbi in Bosnia o gli albanesi in Macedonia potrebbero chiedere l’indipendenza o l’unione con altri Stati della regione. La decisione di riconoscere o meno il Kosovo potrebbe perciò determinare laceranti problemi interni alla Bosnia, al Montenegro e alla Macedonia. E ciò potrebbe ulteriormente accelerare il processo di avvicinamento alla Ue di questi paesi.

A Belgrado, con voto unanime, il Parlamento ha annullato tutti gli atti di Pristina in materia di indipendenza. Persino il filo-occidentale e moderato Tadic, fresco vincitore delle elezioni presidenziali, ha dichiarato che “la Serbia non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo, dove storicamente è nato lo Stato serbo” e che per i serbi rappresenta il simbolo dell’identità nazionale. Il leit-motiv che risuona in questi giorni in Serbia è: è solo l’inizio della nostra battaglia per riportare ufficialmente il Kosovo all’interno della Serbia. Oltre al ritiro degli ambasciatori in tutti i paesi che hanno riconosciuto o riconosceranno il Kosovo indipendente, Belgrado ha già avviato un processo presso la Corte di Giustizia dell’Aja contro i paesi che, violando il diritto internazionale, si sono schierati a fianco del governo di Pristina.

Sul piano interno, presidente e premier kosovari sono stati incriminati per secessione. Ufficialmente, la Serbia ha più volte ribadito che non ricorrerà all’uso della forza per recuperare la provincia ribelle, ma non si possono escludere incidenti dalle conseguenze imprevedibili nel caso in cui Pristina pretenda di esercitare i suoi diritti sovrani sulla parte settentrionale del Kosovo, ove i serbi continuano a costituire la maggioranza della popolazione e che confina direttamente con la Serbia.

La Serbia si avvia a concludere, con una possibile pesante sconfitta, un secolo di storia che aveva iniziato nell’entusiasmo vittorioso delle Guerre balcaniche e della Prima guerra mondiale, la guerra in cui aveva pagato un altissimo prezzo di sangue (con la morte di un quarto della popolazione), non solo in difesa della propria sopravvivenza, ma anche in nome della creazione di un nuovo Stato, patria comune per gli slavi del sud.

Il Kosovo pare dunque avviarsi ad acquisire una dimensione statuale che non ha mai avuto nella sua storia. La sua popolazione, che negli ultimi decenni ha molto sofferto per diversi motivi, meriterebbe un futuro pacifico e stabile. Ma sarà questa la conclusione di quella “primavera dei popoli balcanici” che, partendo dal principio dell’autodeterminazione dei popoli, purtroppo più volte in questa sfortunata regione si è tradotto in “autodeterminazione mia, morte tua”?

Miodrag Lekic, già ambasciatore della SRJ in Italia,
è docente presso le Università “La Sapienza” e
“Luiss – Guido Carli” di Roma
 

Dernière ligne droite

1845044869.jpg MUNICIPALES 2008 - PARIS VII EME
 
Nous voilà partis pour la dernière ligne droite, la dernière semaine qui nous sépare du scrutin du 09 Mars prochain où les Français éliront leur 36'000 maires et conseils municipaux!
 
Vendredi 29 Février : Après une réunion des Jeunes à la Permanence de Campagne de Rachida Dati dans le VIIe, nous avons pu avoir l'honneur de la visite de Mme Dati, pour le lancement du collage des affiches sur les panneaux officiels. C'est décontracté et très à l'aise que nous avons pu profiter de ce moment d'échange entre Rachida Dati, nous (les jeunes), et les co-listiers de Mme Dati. Dans la joie et la bonne humeur répartis en trois équipes nous sommes par la suite aller coller les affiches sur les panneaux électoraux.
 
Samedi 1er Mars : à l'invitation de Mme Dati, un café politique entre jeunes a été mis en place afin de cadrer les dernières lignes droite de la campagne et pouvoir débattre librement avec Mme Dati. Suite à celà à suivit un tractage dans les trois points fixes du VIIe : Marché de Saxe, Quartier Sèvre-Babylone, Marché de la Rue Clerc.
 
Dimanche 2 Mars : Au cours du tractage dominical rue Clerc, nous avons eu l'honneur de la visite de Mme de Panafieu, canditate UMP dans le XVIIe et à la Mairie de Paris. Avec Mme Dati, c'est avec notre équipe de choc que nous avons arpenté les rues du VIIe pour poursuivre notre campagne allant à la rencontre des gens.
 
Romain Bongibault 
 
 
 

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29.02.2008

"La leçon d'Histoire aux sarkophobes."

1681946708.jpgMax GALLO  Le Point ; Numéro 1850 - 28 Février 2008

« Adieu Sarko, adieu ! » Dans combien de semaines-après les élections municipales ?-entendrons-nous, dans les rues parisiennes, ces quelques mots scandés sur l'air d'« Adieu , de Gaulle, adieu ! » chanté par les foules de Mai 68 ? Heureuse manière, n'est-ce-pas, de fêter un 40e anniversaire ? Déjà tel ambitieux socialiste suggère aux laïques de « descendre dans la rue » afin de défendre la laïcité menacée. Peut-être y retrouveront-ils les ombres de centaines de milliers de manifestants qui protestaient contre une modification de la loi Falloux, proposée par un ministre de l'Education nationale. C'était il y a quinze ans. Ce chrétien grand teint jure aujourd'hui, croix de bois, croix de fer, que la laïcité est sa ligne de vie. Tant mieux !

Il campe nuit et jour, avec d'autres citoyens illustres, sur les remparts de la République en danger, en rêvant à son destin. Il est signataire d'un appel à la vigilance républicaine. On s'étonne d'ailleurs, compte tenu des périls qui menacent Marianne (pour résumer : la fin de la laïcité, de la liberté d'expression, des droits de l'homme, de l'indépendance nationale, et pour tout dire d'un mot : « le pouvoir personnel confinant à la monarchie élective » ) que le nom du coupable-devinez qui ?-ne soit pas mentionné dans ce texte.

La gauche qui défilait en mai 1958 puis en mai 1968 osait nommer de Gaulle en criant : « Le fascisme ne passera pas », en dénonçant « le coup d'Etat permanent », en caricaturant le général sous les traits du Führer. « La chienlit, c'est lui », et en le renvoyant « à l'hospice », « au musée », « aux archives ».

Il est vrai qu'aujourd'hui la discrétion de l'appel de vigilance républicaine s'accompagne de l'inépuisable catalogue des attaques personnelles contre Nicolas Sarkozy. Nous ne mangeons pas de ce vocabulaire-là. Nous défendons des valeurs. Nous avons l'âme et les mains pures, argumentent les illustres signataires.

Décidément, la langue de bois-l'hypocrisie, pour parler clair-reste une grande vertu démocratique.

Mais peut-être s'agit-il surtout de prudence tactique. Sarkozy a été élu par 53 % de 85 % du corps électoral. L'un des plus larges scores de la Ve République. Il est encore trop tôt pour crier « Un an ça suffit ! » comme on lançait à de Gaulle « Dix ans ça suffit ! » Alors on prend la pose. On laisse les picadors énerver la bête. Un SMS par-ci, une caricature par-là. On prépare l'estocade en habit de lumière : on en appelle à la vigilance républicaine. Beau travail de la muleta. Car l'expression, lourde de sens, est bien choisie. « Le fascisme ne passera pas » est daté, usé. On ne compte plus les Hitler depuis 1945. « Vigilance » use du même procédé de diabolisation, mais le nuance d'une élégance savante. Cela rappelle le Comité de vigilance des intellectuels antifascistes dans les années 30. Les ligues factieuses montaient à l'assaut du Palais-Bourbon. Les gardes mobiles ouvraient le feu sur le pont de la Concorde. C'était le 6 février 1934-Blum, présenté comme un juif allemand, était accusé de souper avec les ploutocrates dans de la vaisselle d'or. Des ligueurs tentaient de le lyncher. Est-ce que la France du XXIe siècle ressemble à celle du premiers tiers du XXe ? Dans la réalité virtuelle, tout est possible. Et le mot « vigilance » sonne si bien : foin de vérité historique ! Adoptons-le.

Mais, chers et illustres citoyens, quand il s'agit d'un péril aussi extrême-le nazisme se profile à l'horizon des années 30, votre référence-, on n'attend pas. Il y a urgence.

Le « diable » innommé qui hante votre appel à la vigilance prépare, à vous en croire, le retour à un ancien régime confessionnel. On annonce l'effacement de la République, de la Révolution française, donc, des Lumières. Songez qu'il évoque les « racines chrétiennes de la France ». Et vous vous contentez d'un clin d'oeil aux articles voisins qui dénoncent eux, « le grand malade », « l'agité à la démarche de camionneur », l'homme aux montres de prix, aux vacances de milliardaires-pas encore la vaisselle d'or, mais on y vient... La connivence discrète avec les picadors n'est pas de mise. Il faut vite crier : « Un an ça suffit ! »

Mais peut-être vous y préparez-vous, au vu des sondages et des résultats escomptés des élections municipales. On imagine le commentaire déjà esquissé : le peuple français, berné en mai 2007 par l'enchanteur, le bateleur, le diabolique et ses airs de flûte patriotique et salariale, s'est enfin réveillé. Il échappe aux sortilèges du démon. Et nous exigerons au nom de la démocratie le silence du président, un changement de cap et, pourquoi pas, avec le peuple debout, le départ de cet élu d'un printemps. « Adieu Sarko, adieu ». Et c'est bien ce désir-là, ce scénario qui s'exprime malgré les non-dits. Certes, il faut être prudent. En mai 1968, ce de Gaulle à terre, dont Mitterrand venait de réclamer la place, avait retourné l'opinion en quatre minutes et trente secondes de discours. Et il faut d'autant plus se méfier de Sarkozy que, si l'on peut lui reprocher des « écarts » de langage, il n'a jamais cherché à passer en force. Longues négociations, accord avec des syndicats. On ne voit poindre aucun texte sur la laïcité. Il y a des expressions discutables, un changement de ton, mais tout cela ouvre le débat, et ne le conclut pas. Jamais comme depuis le printemps 2007 la politique et la controverse n'ont autant envahi l'espace public. La politique est de retour et donc la République est réveillée. Qui s'en plaindrait ?

Reste le « pouvoir personnel confinant à la monarchie élective » ! Ce n'est jamais que l'habillage qui se veut nouveau d'un thème d'il y a cinquante ans, illustré par le livre de Maurice Duverger : « La monarchie républicaine ». Et chacun sait que l'élection au suffrage universel du président de la République crée un déséquilibre de légitimité entre parlementaires et président. Mendès France, cohérent et rigoureux, refusait cette élection « plébiscitaire ». Mitterrand, qui la dénonçait, fut le plus louis-quatorzien des chefs de l'Etat. Et parmi les candidats à l'élection présidentielle, les vigilants républicains, on n'en voit pas qui aient renoncé à leur rêve. Ils ont plutôt fait, en mai 2007, dans le registre « providentiel ». Et ils piaffent d'impatience ! Le quinquennat-Jospin, Chirac- a exacerbé les ambitions, renforcé la tutelle présidentielle. Tous pensent à 2012 et ils ont le rouge du dépit au front.

Comment, ce Sarkozy, venu de Salonique, de Hongrie, de Neuilly, est président de la République ! Anomalie, usurpation. C'est un défi à la raison, aux bonnes manières. Il est si vulgaire ! Nous sommes la culture, le savoir, le bien, le droit, les valeurs morales, la justice, la République, l'amour du genre humain, l'élégance, la poésie, l'Histoire, le bon goût, le socialisme, la laïcité, le gaullisme, le vrai centrisme, bref les présidents comme il faut ! Nous savons gouverner. Nous préservons notre vie privée-sauf lorsque nous accouchons ! Ce président n'est qu'un quelconque avocat, ni Ena, ni X, ni ENS. Il est petit de taille et fort mal habillé. La République est en danger, soyons vigilants. Certes, pas d'écoutes téléphoniques, pas de suicide d'un collaborateur direct à l'Elysée, pas de GIGN pour monter la garde autour d'une seconde famille cachée, pas de fils à l'Elysée chargé des affaires africaines (M. Papamadit). Mais il n'a pas lu Chardonne. Et peut-être ne peut-il pas réciter du Saint-John Perse ! Et voyez de qui il s'entoure : Rama Yade, Fadela Amara, Rachida Dati, et des figures emblématiques de la gauche. On dit même que l'un de ses plus importants ministres est franc-maçon, du Grand Orient de France, une « secte » laïque fort mal vue au Vatican ! Cet homme-là est bien un vil suborneur qui met en danger la République. Il affiche sa vie privée. Impardonnable. Et saluons le martyre du journaliste qui a publié à la une de son hebdomadaire une photo volée, une intimité violée, montrant l'épouse de Sarkozy au côté de son amant. Voilà en effet un exemple de respect de vie privée. Ce président corrompt tout. Notre Louis XIV républicain avait pu protéger ses secrets avec la complicité de toute la presse. Quel grand président, n'est-ce pas ? Heureusement, sondages, élections à venir font souffler un air vivifiant sur la République, et les courageux, grisés, montent au front : « Un an ça suffit ! »

Osera-t-on rappeler 2002-après 1995-, quand le juste, l'austère, le chef du gouvernement dont on se plaisait à saluer l'extraordinaire bilan ne fut même pas présent au second tour de l'élection présidentielle ?

En 2007, la Jeanne du XXIe siècle évita cette déconvenue, mais, malgré son agneau dans les bras-belle image pieuse-, elle a été largement battue. Et Nicolas Sarkozy le bateleur, élu. Diable ! On imagine qu'il vient parfois à la mémoire des vigilants républicains ce vieux slogan de 68 : « Election trahison » .

Mais les résultats des élections municipales s'annoncent si bons qu'on voit le rouge de l'ivresse du succès colorer les joues, et le mépris accompagner le sourire des vainqueurs présumés.

Puis on se souvient qu'il ne s'agit que d'élections locales. Il faut donc préparer la suite, les banderoles : « Un an ça suffit ! » On n'est jamais assez vigilant ! On fait confiance aux électeurs, et le jour de la grande élection, en 1995, en 2002, en 2007, ils vous trahissent. Le peuple, décidément, n'a pas bon goût.

Gus et Veydel en Concert

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Gus et Veydel en concert acoustique le 12 mars (date suivante le 2 avril) au bar l'apérock dans le 11 ème arrondissement (métro Oberkampf). Au programme des compos (nouveautés et certaines "vieilles chansons" D3LTA dont faisaient partis Gus et Veydel) et des reprises vraiment variées. A ne pas manquer
 
Event Info
Name:
Gus et Veydel en Concert le 12 mars à l'Apérock
Host:
Gus et Veydel
Type:
                Time and Place
Date:
Wednesday, March 12, 2008
Time:
9:30pm - 11:30pm
Location:
Bar l'Apérock
Street:
46, Boulevard Voltaire
City/Town:
75011 Paris, France

28.02.2008

L'euro s'envole face à un dollar affaibli par les déboires de l'économie américaine

LE MONDE | 28.02.08 | 14h49  •  Mis à jour le 28.02.08 | 16h29

L'économie américaine, affectée par la crise des subprimes, semble de plus en plus menacée par une récession. Pour l'éviter, les analystes estiment que la Réserve fédérale américaine baissera le niveau des taux d'intérêt.

AFP/PHILIPPE DESMAZES

L'économie américaine, affectée par la crise des subprimes, semble de plus en plus menacée par une récession. Pour l'éviter, les analystes estiment que la Réserve fédérale américaine baissera le niveau des taux d'intérêt.

Après avoir dépassé, mardi 26 février, le niveau symbolique de 1,50 dollar pour la première fois de son histoire, la monnaie unique européenne s'est hissée, jeudi 28 février vers 14h 30 GMT, jusqu'à 1,5149 dollar.

L'euro gagne du terrain face à un dollar affaibli par des perspectives économiques médiocres aux Etats-Unis. L'économie américaine, affectée par la crise des subprimes, semble de plus en plus menacée par une récession. Pour l'éviter, les analystes estiment que la Réserve fédérale américaine (Fed) baissera le niveau des taux d'intérêt.

 


Jean-Claude Juncker remet en cause la "volatilité excessive" des marchés des changes

Jean-Claude Juncker, le président de l'Eurogroupe estime que l'envolée du taux de change de l'euro est injustifiée, considérant que l'économie américaine est plus solide qu'il n'y paraît. "Nous n'aimons pas la volatilité excessive des cours de change, nous pensons que les marchés financiers réagissent avec trop de célérité sur des indications à très court terme", a-t-il déclaré à la presse à Luxembourg, jeudi 28 février, en marge d'une rencontre avec le premier ministre slovaque Robert Fico.

"Nous pensons que les marchés doivent plutôt refléter les données fondamentales", a-t-il poursuivi. Il a rappelé les déclarations faites lors du dernier G7-Finance au Japon par le secrétaire américain au Trésor, Henry Paulson, qui a affirmé que "les données fondamentales américaines restaient saines et que le gouvernement américain était en faveur d'un dollar fort".

Mercredi, son président, Ben Bernanke, a d'ailleurs conforté cette idée en indiquant devant le Congrès que "des risques de détérioration des perspectives économiques demeuraient" et que "la Fed agirait en temps voulu, et si besoin est, pour contrer ces risques". Cette formule a été interprétée par les marchés comme une promesse de baisse du taux, aujourd'hui fixé à 3 %, lors de la prochaine réunion de la Fed est prévue le 18 mars.

"Nous prévoyons une nouvelle baisse d'un demi-point lors de cette réunion. La Fed pourrait ensuite abaisser son taux jusqu'à 2 % d'ici le milieu de l'année", estime Stephen Gallagher, de la Société générale, interrogé par l'AFP.

Dans cette perspective, le billet vert chute tandis que la devise européenne grimpe dopée, elle, par l'inflexibilité de la Banque centrale européenne (BCE). En dépit des turbulences financières, celle-ci maintient depuis le mois d'août 2007 le coût du loyer de l'argent au jour le jour dans la zone euro à 4 %.

Mercredi, l'Allemand Axel Weber, membre de la BCE, a encore éloigné l'éventualité d'une baisse des taux dans les mois à venir, en affirmant que les marchés sous-estimaient les risques inflationnistes. De fait, de ce côté-ci de l'Atlantique, la santé de l'économie semble résister à la crise comme l'a reflété mardi, le baromètre Ifo, indicateur clé de la santé de l'économie allemande, meilleur que prévu.

En France, l'envolée de l'euro, très pénalisante pour le commerce extérieur, préoccupe. A plus de 1,50 dollar, la monnaie européenne a franchi un seuil "douloureux", indique-t-on à Bercy. Mercredi, à l'issue du conseil des ministres, le président de la République, Nicolas Sarkozy, s'est dit "très attentif" à la politique monétaire. "Il faut (...) qu'on reste dans les bornes du raisonnable", a précisé le porte-parole du gouvernement Laurent Wauquiez.

Claire Gatinois

Tout savoir sur les coulisses de l'Elysée


L'UMP Facs Parisiennes reçoit Eric Schahl

Tout savoir sur les coulisses de l'Elysée

 
   
   

Mercredi  5 Mars 2008
19:30 - 22:00
Siège de l'UMP
55, rue La Boétie
Paris, France
   
Contact Info
Email:

Description

Mercredi 5 mars, à 19h30, venez débattre avec

62234751.jpgEric Schahl,
Conseiller du Président de la République en charge des relations avec le Parlement

Sur l'envers du décor des réformes voulues par Nicolas Sarkozy.

Un cocktail sera prévu à l'issue de la rencontre.

Inscription obligatoire sur
facebook ou sur jeunespopulairesfacs@gmail.com

Nicolas Sarkozy «prêt à aller chercher Ingrid Betancourt»

L.S. (lefigaro.fr)  28/02/2008 | Mise à jour : 13:11 | 

2020757363.jpgLe chef de l'Etat a appelé les Farc à libérer Ingrid Betancourt sans délai. Sa famille est extrêmement angoissée après les dernières nouvelles sur son état de santé.

Si les Farc le demandent, le président de la République «est prêt à aller lui même, à la frontière entre le Venezuela et la Colombie, chercher Ingrid Betancourt». «J'appelle les Farc à libérer sans délai Ingrid Betancourt, c'est une question de vie ou de mort. C'est une question d'urgence humanitaire», a de nouveau plaidé Nicolas Sarkozy au Cap. «La France reste mobilisée jusqu'à la sortie du dernier otage, je m'y engage. Il faut qu'on arrive à faire libérer» Ingrid Betancourt, a-t-il insisté. Le chef de l'Etat a également exhorté le président vénézuélien Hugo Chavez à «user de toute son influence pour sauver la vie» de la Franco-colombienne. Déjà en décembre dernier, le président de la République s'était directement adressé aux Farc via dans un message vidéo dans lequel il appelait aux sentiments humanitaires des guérilleros colombiens pour «sauver une femme en danger de mort».

Pour le premier ministre François Fillon, la vie d'Ingrid Betancourt n'est sans doute «une question de semaines» après les déclarations alarmantes des derniers otages libérés par les farc. «Maintenant, c'est vraiment de la responsabilité des Farc. Ils ont montré qu'ils étaient capables de libérer des otages. Pourquoi pas Ingrid Betancourt?», a ajouté François Fillon. «C'est le jugement de l'Histoire avec lequel les Farc ont rendez-vous maintenant».

Le ministre des Affaire étrangères Bernard Kouchner a lui aussi exprimé ses vives inquiétudes quant à l'état de santé de certains otages, indiquant que « la survie des plus faibles (...) est effectivement en jeu ».

« Maman est au bout du rouleau » déclarait de son coté Mélanie Delloye, la fille d'Ingrid Betancourt sur RTL. « Le temps nous est vraiment compté (…) je suis extrêmement angoissée de ce côté-là », a-t-elle ajouté, après les déclarations des ex-otages selon lesquels sa mère serait atteinte d'une hépatite B.

« Elle est complètement au bout de ses forces, (…) elle va très mal », a déclaré Fabrice Delloye, ex-mari d'Ingrid Betancourt sur Europe 1. « Je suis d'autant plus inquiet qu'ils l'ont vue il y a 19 jours, et je me dis maintenant qu'on a plus une minute à perdre. Nous ne pouvons pas nous permettre de laisser mourir Ingrid.

« C'est quelque chose d'inacceptable », a déclaré Hervé Marro, président du comité de soutien d'Ingrid Betancourt. « Les Farc doivent avoir conscience qu'au moindre cheveu qu'ils touchent d'Ingrid, il y aura des conséquences », a-t-il martelé sur RTL, à propos des témoignages selon lesquels elle serait enchaînée et maltraitée.

Quatre otages des FARC libérés, dans "un état de santé qui leur permet de voyager"

LEMONDE.FR avec AFP, Reuters et AP | 27.02.08 | 15h32  •  Mis à jour le 27.02.08 | 21h24

L'ex-députée Gloria Polanco fait partie des quatre otages des FARC libérés mercredi 27 février. 

L'ex-députée Gloria Polanco fait partie des quatre otages des FARC libérés mercredi 27 février. REUTERS/HO

 

Le Comité international de la Croix-Rouge (CICR) a annoncé, mercredi 27 février, la libération de quatre anciens parlementaires colombiens, détenus par les Forces armées révolutionnaires de Colombie (FARC) depuis plus de six ans. Les anciens députés Gloria Polanco, Orlando Beltran Cuellar, Luis Eladio Perez et Jorge Eduardo Gechem ont été remis par les FARC au ministre de l'intérieur vénézuélien, Ramon Rodriguez Chacin, coordinateur de l'opération de sauvetage, dans un lieu tenu secret au milieu de la jungle colombienne.

"Ils sont entre nos mains et dans un état de santé qui leur permet de voyager"
, avait indiqué la déléguée du CICR en Colombie, Barbara Hintermann, peu avant 14 heures, heure locale (18 heures, heure de Paris). Les quatre anciens otages, embarqués à bord de deux hélicoptères portant l'emblème du CICR, ont ensuite pris la route vers la capitale vénézuélienne, où ils devaient retrouver leurs proches en fin de journée. A bord des appareils, se trouvaient également la sénatrice colombienne Piedad Cordoba, médiatrice aux côtés du président vénézuélien Hugo Chavez, dans le dossier des FARC, deux médecins et des journalistes de la chaîne publique vénézuélienne Telesur. Cette opération humanitaire avait reçu le feu vert, lundi, de Bogota. 

 

DERNIERES LIBÉRATIONS UNILATÉRALES

Le 10 janvier, l'ancienne assistante d'Ingrid Betancourt, Clara Rojas, et la parlementaire, Consuelo Gonzalez, avaient retrouvé la liberté lors d'une opération similaire dans la même région. Le 2 février, les FARC avaient proposé à Hugo Chavez de lui remettre trois otages : Mme Polanco et MM. Beltran et Perez. Elles avaient ensuite offert la libération d'un quatrième otage, l'ancien sénateur Jorge Eduardo Gechem, qui souffre de problèmes cardiaques.

Dans un communiqué transmis mercredi à la radio Caracol, les FARC précisent que cette remise d'otages au président Hugo Chavez, tout comme celle du 10 janvier, est un acte de "réparation" envers ce dernier, après que son homologue colombien avait mis fin, en novembre 2007, à sa mission de médiation. Les guérilleros indiquent qu'ils ne procéderont plus à des libérations unilatérales et appellent désormais à "la démilitarisation de Pradera et Florida [deux communes situées dans le sud-ouest du pays], pour quarante-cinq jours, avec la présence de guérilleros et de la communauté internationale comme garants, afin de négocier, avec le gouvernement, la libération des guérilleros et prisonniers de guerre".

Les FARC, qui accusent Bogota de n'avoir fait aucun geste en faveur d'un échange, donnent en revanche la "preuve" de leurs bonnes intentions en soulignant "la libération unilatérale de 304 militaires et policiers capturés dans des combats, de Clara Rojas et de Consuelo Gonzalez, et des quatre parlementaires, entre autres".

"UN PUISSANT ENCOURAGEMENT"

La France s'est félicitée de la remise en liberté des quatre parlementaires, espérant qu'elle sera "bientôt suivie par d'autres libérations". "Le président de la République renouvelle son appel pour que tous les otages, notamment les plus vulnérables, soient libérés dans les meilleurs délais", indique le porte-parole de l'Elysée, David Martinon, dans un communiqué.

Le ministre des affaires étrangères français, Bernard Kouchner, a lui aussi jugé que "le succès de cette opération constitue un puissant encouragement" pour résoudre le "drame des otages". Le ministre avait rencontré les familles et proches des quatre otages libérés, lors d'une visite à Caracas et Bogota les 20 et 21 février. M. Kouchner avait aussi plaidé pour une plus grande internationalisation de la crise des otages, proposant la mise en place d'un groupe "des pays d'Amérique latine et des pays européens".

27.02.2008

Entretien Avec Rachida Dati

Rachida Dati : "Ce n'est pas jouer sur l'émotion que de protéger les Français"
LEMONDE.FR | 27.02.08 | 10h02  •  Mis à jour le 27.02.08 | 11h07

Après la décision du Conseil constitutionnel sur la rétention de sûreté, qu'attendez-vous du premier président de la Cour de cassation, Vincent Lamanda ? 

Rachida Dati : Le Conseil constitutionnel a distingué dans sa décision deux cas de figure : les criminels dangereux qui seront condamnés pour des faits commis après l'entrée en vigueur de la loi et ceux condamnés pour des faits commis avant. Dans le premier cas, la rétention de sûreté pourra être prononcée directement si ces criminels sont toujours considérés comme dangereux à la fin de leur peine. Dans le deuxième cas, la rétention de sûreté ne pourra s'appliquer que si ces criminels manifestent leur dangerosité en violant les obligations qui pourront leur être imposées après la fin de leur peine, comme le port du bracelet électronique. C'est cette différence de traitement qui inquiète les Français parce qu'ils veulent être sûrs que les criminels dangereux qui sortiront de prison dans les prochaines années seront effectivement empêchés de récidiver. Ce que nous attendons de M. Lamanda, c'est qu'il nous fasse des propositions pour protéger nos concitoyens.

 

N'est ce pas une manière de contourner la décision contraignante ?

La décision du Conseil constitutionnel s'impose à tous. C'est ce qu'a rappelé Nicolas Sarkozy dans la lettre de mission adressée à M. Lamanda. Mais ma responsabilité en tant que garde des sceaux, c'est de protéger nos concitoyens. Il faut avoir les moyens de protéger les Français contre des criminels dangereux dont on sait qu'ils vont probablement repasser à l'acte. C'est aussi cela, le principe de précaution.

Cela peut paraître choquant qu'on enferme des gens au nom du potentiel danger qu'ils représentent…

La rétention de sûreté existe depuis longtemps dans d'autres pays. Je pense à l'Allemagne, aux Pays-Bas ou à la Belgique. Nous avons déjà en France des mesures de sûreté fondées sur la dangerosité de certaines personnes, telle que la surveillance judiciaire. En prison, on ne peut pas forcer quelqu'un à se soigner. Je vous rappelle que Francis Evrard [accusé du viol du petit Ennis en août 2007] a refusé les soins. Avant sa sortie de prison, trois experts avaient conclu à sa dangerosité. C'est cela aussi qui est choquant.

Combien de personnes sont concernées par cette nouvelle mesure ?

On estime entre 30 et 50 les détenus par an dont il faudra évaluer la dangerosité avant leur sortie de prison. Une vingtaine d'entre eux est potentiellement concernée par cette mesure.

N'y a-t-il pas une volonté de politiser un sujet à quelques jours d'une échéance électorale ?

Cela fait des années que des rapports évoquent le problème de la récidive après la prison. Des hauts magistrats, des parlementaires de gauche comme de droite ont fait de propositions sur les criminels dangereux. Les accusations de la gauche sont caricaturales. Nous parlons de remettre en liberté des psychopathes qui constituent une menace pour la société. Il faut que chacun prenne ses responsabilités.

On vous reproche de trop privilégier les victimes et de jouer sur l'émotion...

Ce n'est pas jouer sur l'émotion que de protéger les Français des criminels les plus dangereux. La justice est le pilier de l'Etat de droit. Elle réprime et elle protège. Si on ne protège pas les victimes, les Français n'auront plus confiance dans leur justice.

La polémique sur les criminels dangereux est-elle une conséquence lointaine de l'abolition de la peine de mort ou du refus de la perpétuité réelle ?

La peine de mort est abolie depuis longtemps et il n'est pas question d'y revenir. On ne résout pas la barbarie par la barbarie. Et la rétention de sûreté, ce n'est pas un enfermement à vie. C'est la prise en charge de criminels dangereux pour qu'ils soient contraints de se soigner avant de réintégrer la société. C'est cela la lutte contre la récidive. 

Certaines voix dans la majorité appellent à soutenir davantage Nicolas Sarkozy. Est-il toujours facile de le défendre, notamment quand il insulte un visiteur du Salon de l'agriculture ?

Les Français soutiennent le président et le défendent des attaques personnelles qu'il subit. Ils considèrent qu'il est le plus à même de porter les changements profonds dont la France a besoin. Il incarne le volontarisme. Ma façon de le soutenir, c'est de mettre en œuvre les réformes que les Français ont voulues en votant pour lui.. C'est ce que j'ai fait au moment de la réforme de la carte judiciaire et ce que je fais, chaque jour, sur le terrain.

Selon les sondages, c'est François Fillon qui est soutenu, pas le président.

Les Français attendent beaucoup de Nicolas Sarkozy. Ils ont peut-être eu le sentiment qu'à un certain moment, il s'est moins occupé d'eux. Mais les Français souhaitent les réformes et approuvent la politique du gouvernement de François Fillon. Tous les jours, ils me disent sur le terrain : "Réformez encore ! Allez plus vite !"  C'est ce qu'ils attendent du président.

Doit-il changer ?

Il doit continuer à faire des réformes et à tenir ses engagements. Il a été élu pour cinq ans. C'est en mai 2012 qu'il sera jugé sur son action, pas au bout de neuf mois

Propos recueillis par Arnaud Leparmentier et Philippe Ridet

«Drieu, Aragon et Malraux, trois visages de l'idéologie

Propos recueillis par Sébastien Lapaque 21/02/2008 | Mise à jour : 12:20 |

Maurizio Serra* met en parallèle trois grandes figures littéraires dont le nom est indissociable de l'engagement. Il en évoque les grandeurs et les contrariétés avec une absence de préjugés qui nous enchante.

LE FIGARO LITTÉRAIRE. - Comment se fait-il que ce soit à un historien italien que soit revenue la tâche de réunir le fasciste Drieu, le communiste Aragon et le gaulliste Malraux dans un portrait de groupe inédit ?

Maurizio SERRA. Ce qui m'a surpris, quand j'ai commencé à penser à réunir ces trois personnalités dans un même livre, c'est de voir qu'à ma connaissance, personne ne l'avait fait, ni en France, ni ailleurs. Je m'étais déjà intéressé à chacun d'eux séparément Drieu surtout, mais également Aragon à travers un essai publié en Italie sur les deux versions des Communistes et Malraux à propos de la guerre d'Espagne. L'idée de réunir les trois m'est venue du fait que leur paysage idéologique n'avait pas été traité en profondeur. Ce sont trois personnages dont les affinités sont très fortes et reviennent par courant alterné. Pensez au dessin qui illustre la couverture de mon livre. Au soir de sa vie, Aragon, qui n'avait pas prononcé publiquement le nom de Drieu pendant une trentaine d'années, a ressenti la nécessité de dessiner le portrait du premier Drieu, ami de sa jeunesse. Quant à Malraux, il a beaucoup fait pour que Drieu puisse être réédité chez Gallimard. Les simplifications s'imposent, mais elles sont forcément réductrices. L'un ne s'explique pas que par le fascisme, l'autre que par le communisme stalinien et le troisième que par le gaullisme. Drieu, Aragon et Malraux traversent toute l'idéologie française et européenne du XXe siècle.

Les sujets que vous abordez et le passé que vous remuez demeurent en France des motifs de fâcherie. Comment expliquez-vous qu'en Italie, les débats autour du fascisme et du communisme n'aient pas la même radicalité ?


L'accession au pouvoir du fascisme en France, si tant est qu'il soit jamais arrivé au pouvoir, s'est confondue avec une guerre perdue, l'Occupation et la Collaboration. En Italie, quinze années de régime fasciste avant la guerre ont marqué toute une génération intellectuelle. C'est souvent cette génération qui, en 1945, 1946 et 1947, est passée du côté du communisme, parfois par opportunisme, mais très souvent par idéal et par volonté de construire une société nouvelle. Dans sa version italienne, le communisme a immédiatement fait partie du panorama national. Beaucoup plus fortement que le communisme français, muré dans un milieu social donné. Mais n'insistons pas trop sur la décrispation. J'observe qu'en France, vous avez souvent le sentiment que les choses sont plus ensoleillées en Italie et qu'il fait toujours plus beau à Rome qu'à Paris. Il faut pourtant se souvenir qu'entre 1943 et 1945, l'Italie a connu une véritable guerre civile, avec des règlements de comptes terribles et des milliers de victimes. Aujourd'hui encore, les historiens italiens, et même les romanciers, rencontrent des problèmes lorsqu'il s'agit d'en rendre compte.

Vous rappelez dans votre livre que, pendant l'Occupation, beaucoup de Juifs se sont réfugiés dans les Alpes-Maritimes restées sous contrôle italien jusqu'en septembre 1943. Il est important pour vous de souligner les différences entre le fascisme et le nazisme sur la question de l'antisémitisme ?

Nous entrons dans un débat qui mériterait un autre livre. La question du sort fait aux Juifs ne se pose pas que dans la France occupée. Il y a aussi les Balkans, l'Albanie et la Grèce, où les massacres ­perpétrés par les nazis ont été effroyables. Or dès 1946, Léon Poliakov a rappelé qu'on avait vu dans tous ces endroits l'armée italienne engagée de façon constante dans une activité de protection. Cela ne veut pas dire que les Italiens étaient différents des Allemands parce qu'ils étaient plus humains. Mais cela prouve à mon sens que les racines idéologiques du fascisme et du nazisme, deux mouvements nés de crises de la société relativement différente et de rapports distincts à l'idée de révolution, ne sont pas les mêmes.

Votre livre examine davantage l'égarement des clercs que leur trahison. Et Malraux apparaît le moins sulfureux des « frères séparés ». Mais son oeuvre est celle à laquelle vous accordez le moins de prix. Est-ce à dire qu'il faut une bonne dose d'égarement politique pour réussir son oeuvre littéraire ?

C'est un paradoxe que je ne soutiendrai pas. Mais le cas de Malraux est intéressant. Comme l'ont montré Roger Stéphane et Simon Leys, il semble qu'à partir d'un certain moment, il soit devenu un phénomène strictement français à l'intérieur du gaullisme, sans prise sur les idées qui s'agitaient dans le monde. Son propos sur la Chine dans La Condition humaine et sur la guerre d'Espagne dans L'Espoir avaient fait de lui un des grands noms de l'intelligentsia internationale. Mais il a perdu ce statut après-guerre. Il l'a su et il en a souffert. Son œuvre s'en est ressentie. Ses livres des années 1960-1970 sont une très belle rhétorique à l'intérieur d'un discours très français, avec un décalage par rapport à la situation internationale.

Drieu et Aragon sont aussi des écrivains très français. Le renom international de la littérature française du XXe siècle, c'est Proust, Céline et Sartre.

Drieu, Aragon et Malraux n'ont évidemment pas la renommée internationale des écrivains que vous citez. À ces trois noms, j'en ajouterais même deux autres, qui à travers le mouvement catholique bénéficient encore d'un public international : Bernanos et Claudel, même si ce dernier peut paraître plus daté et plus français. On ne peut pas comparer mes « frères séparés » à Sartre ou Céline, mais ils restent des auteurs de référence. Il y a chez tous les trois la tentative de prouver qu'être français et être européen, être français et être humain, c'est la même chose.

* Diplomate et essayiste, professeur de relations internationales à l'université de Rome-Luiss, directeur de l'Institut diplomatique du ministère des Affaires étrangères italien.

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